Un attimo, il lama sta arrivando…
Un attimo, il lama sta arrivando…
Il racconto giorno per giorno di Dora & Daniel.
Stamattina colori spettacolari. Oggi pomeriggio al 🚽 Anche oggi giornata di gita. Si parte muy presto, con ritrovo alla 4.20, per poter dirigerci verso Palcoyyo. A quell'ora è circa un ora e mezza di bus per raggiungere Cusipata, dove ci fermiamo per colazione. Non avete veramente sperimentato il vero freddo finché non vi trovate all' alba in mezzo a una valle ombreggiata delle Ande. Dopo il desayuno, si riprende di nuovo il pulmino, che adesso comincia a salire per una strada sterrata, stretta e ondeggiante, che costeggia il fiume rojo, (per il colore delle sue pietre) per ciò che sembra un tratto di strada interminabile. All'andata, il viaggio seduto nelle ultime file del bus, con tanto di sobbalzi e buche, non è stato divertente, ma nemmeno terribile. Giungiamo alla partenza della passeggiata, a quasi 4800m, e ci troviamo appena sotto la prima delle 3 montagne colorate. Da questo angolo si intuisce l'arcobaleno, ma non si apprezza ancora appieno. Mentre si cammina si aprono via via nuovi scorci e angoli, che sono proprio indescrivibili. Lasciamo parlare le foto. Quando si svalica la prima forcella (se così si può dire, del resto il sentiero è talmente poco ripido da sembrare piano), oltre a sbloccare le viste sulle altre montagne colorate, si vede il ghiacciaio più grande che noi avessimo mai visto: l'Ausangate, un monte alto 6400m, il più alto della regione di Cusco, e considerato sacro nella cosmologia andina. Qui cominciamo l'unico breve tratto di salita vera per arrivare alla foresta di roccia, un punto che sfiora i 5000m, che da viste particolari su tutto ciò che abbiamo potuto apprezzare fin ora. Ed è questo il bello di Palcoyyo, centinaia di scorci diversi, e veramente poca gente. E più cambiava l'angolo del sole nel cielo, tanto più brillanti erano i colori. Nell'arco della passeggiata abbiamo attraversato un milione microclimi diversi: da sole cocente a vento belante. Come facciano a conviverci i peruviani non sappiamo. Ritornati al bus le cose cominciano a peggiorare. La discesa fino a Cusipata per il pranzo non si regge così bene, e Danuz comincia a soffrire il mal d'auto, cosa che a pranzo non migliora, ne tantomeno per il ritorno da lì a Cusco. All'arrivo veniamo mollati in piazza del Reconjilio, e qualcosa non va: Daniel ha preso freddo? Mal di macchina? Ha mangiato qualcosa di male? Forse una combinazione di tutto ciò, probabilmente in gran parte l'ultima opzione. Tutto ciò che sappiamo è che la strada da lì al bagno del nostro alloggio non è mai sembrata così lunga. Nel pomeriggio mentre Daniel si riposava, la Marti è andata in missione: al mercato a trovare frutta da scoprire (a quanto pare chirimoya un po' fallimentare: sa di Big Babol), e poi a svolgere altre commissioni: acqua, colazione... Insomma, gran peccato rovinare una giornata così bella, e probabilmente avremo ripercussioni anche sul giorno venturo 😢😢
Sheilaaaaa!!! Señora Sheilaaa!! Ahimè, questo è il lato negativo di un tour di gruppo: non sai mai con chi capiti. La mattina comincia male: nella notte la presa dei telefoni si è staccata, e telefono morto non suona sveglia. Muy mal! Di corsa ci si prepara e ci si fa trovare pronti dalla nostra guida. Su un pullmino da 24 posti, noi gli unici stranieri. La Valle Sacra è un tour de force: tante tappe, poco tempo. La guida fin da subito mette in chiaro i patti: il tempo è contato, bisogna collaborare e essere puntuali ai ritrovi di ciascuna tappa. Comincia la mattina con una tappa di acclimatamento alla quota (3800m) a vedere una spiegazione sulle tecniche tessili tradizionali andine. Già qui un brutto presagio: perdiamo diversi membri del gruppo tra le bancarelle, distratti dai i mirabili souvenir. E si perde tempo. Prossima fermata: Chinchero, il palazzo costruito dall'imperatore Tupac e dove fu prontamente pugnalato dalla moglie (visto che succede quando ci si sposa?). Tempo libero per girare il sito e fare foto, poi un urlo riecheggia per la valle "Sheilaaaaaaa! Señora Sheilaaaaaa!": la nostra guida che cerca di trovare la sua pecorella persa. E noi aspettiamo. E perdiamo tempo. Ora che arriviamo a Moray, fermata successiva, siamo uno degli ultimi bus della carovana. Delle decine e decine di pulmini turistici, delle centinaia di persone che visitano gli stessi siti nello stesso ordine, noi siamo tra gli ultimi. Quelli che per cercare di seguire l'itinerario hanno meno tempo per vedere questi posto da vicino. Moray è laboratorio scientifico prima del metodo scientifico: terrazze concentriche, che per differenza di ventilazione e geotermia sottostante, hanno differenza di temperatura di almeno 15°C. Importavano terreno da ogni angolo dell'impero, e sperimentavano e sviluppavano varietà di mais, patate, frutta e cacao adatte ad ogni clima. A Maras la storia si ripete: quasi 3000 pozzi di evaporazione da cui si raccoglie il sale da una fonte sotterranea. E si perde la signora Sheila tra i baracchini. Dopo un pranzo a Urubamba, si và a Ollantaytambo. Una delle rovine inca + preinca più grandi e meritevoli della giornata. Un sito con terrazzamenti complessivamente alti centinaia di metri, a scopo prima religioso, poi militare, sede importante della difesa Inca contro gli spagnoli. Un sito che si girerebbe volentieri per almeno un paio di ore, esplorando i diversi angoli e anfratti nascosti. Un vero gioiellino. Ahimè, il tempo è stretto, ed era necessario uno Speedy tour. Abbiamo dovuto salire e girare tutto di corsa, il che era reso difficile dalla calca di turisti a intasare le scalinate. Ed è lì che ti accorgi di quanto il turista medio si pianti in mezzo alle scatole per scattare foto. Un vero peccato non poterci passare più tempo. Idealmente si farebbero giri più lenti e dilazionati, in altri momenti della giornata, in cui non c'è così tanta gente legata agli orari dei tour. Da qui, il tratto di strada più lungo della giornata per raggiungere l'altra estremità della Valle, a vedere Pisac, poco prima che chiudessero gli ingressi. È il sito più grande che abbiamo visitato, e che visiteremo, in questi giorni. Organizzato e strutturato in quartieri distinti con scopi diversi: artigianato, religione, residenziale, il tutto sopra decine e decine di terrazzamenti. Noi, come al solito, torniamo al punto di ritrovo puntuali come orologi svizzeri. Qualcun altro no. Guadagnamo inestimabile rispetto della nostra guida, e portiamo in alto la bandiera italiana per questo. Ora ci si prepara per il difficile, la nostra prima esperienza di camminata in quota, di domani. Speriamo la mattina di svegliarci all'orario dovuto, e non fare tardi come la signora Sheilaaaaaaaaa.
Emergenza! Emergenza! Abbiamo un codice rosso: distacco di suola! Ma procediamo con ordine. Stamani comincia presto, anche troppo. Il nostro bus notturno ci molla alla stazione di Cusco alle 5 di mattina: fa ancora buio, non c'è nulla di aperto, e il nostro albergo non ci lascia ancora depositare i bagagli. Ci tocca attendere ancora un paio di ore nella stazione, e qualcuno aveva i nervi a fior di pelle. Dopo aver finalmente trovato il nostro alloggio (cosa che abbiamo scoperto essere per nulla scontata) e lasciato in deposito gli articoli più pesanti, ci siamo sgranchiti le gambe passeggiando per il centro storico di Cusco. Una città con vicoletti ripidi, stretti e anfrattuosi, ma decisamente caratteristici, di stampo coloniale, dato che Pizarro e i suoi conquistadores hanno essenzialmente raso al suolo gli antichi edifici Inca, per eccezione di qualche fondamenta. Ahimè, le scarpe da trekking di Daniel ormai stavano spirando il loro ultimo sospiro. Nonostante fossero state promosse al check up pre-partenza, evidentemente il viaggio non le ha trattate bene. RIP Scarpe Arancioni (unkown-2026), fedeli mie compagne di molte passeggiate. Di conseguenza, la nostra passeggiata per il centro ci ha portato ad attraversare gran parte della città, alla ricerca di un paio sostitutivo. Il pomeriggio, muniti di pranzo al sacco acquistato presso il mercato san Blas, ci siamo diretti verso i siti archeologici cittadini, posti sulle colline fuori città. La prima tappa è stata Tambomachay: il tempio dell'acqua. Un piccolo complesso di rovine con tanto di sistema idrico funzionante e cascatelle. Si ipotizza che fosse tappa fissa dei Sapa Inca per rituali di purificazione. A poca distanza da Tambomachay abbiamo il sito di Puka Pukkara: la fortezza rossa. Costruita di pietra calcarea dai toni rosati, dicono che la sera colga i raggi del tramonto parendo proprio rossa. Ahimè, noi l'abbiamo vista alle 2.30 di pomeriggio col sole a picco, quindi non possiamo confermare. Possiamo però dirvi che era uno stabilimento a fini di dogana, posizionato strategicamente lungo la via di comunicazione tra la capitale inca, Cusco, e il quadrante orientale dell'impero: Antisoyu. Ogni merce, viaggiatore o messaggero che transitava per questa strada passava necessariamente da questo punto di controllo. Scendendo verso valle da Pukka Pukkara si raggiunge il sito di Qenqo: il labirinto. Invece che essere un edificio costruito con pietre scolpite e assemblate, Qenqo è interamente scavato in un blocco di roccia calcarea locale. Si tratta di passaggi bui e semi-sotterranei, in cui si trova l'altare, da cui si facevano i riti di mummificazione degli imperatori, e su cui veniva versato/sacrificato sangue di lama o chicha (una bevanda a base di mais) con lo scopo di predire il futuro. Ultima tappa della giornata è Sacsaywaman. Di gran lunga il sito più grande di quattro, fu costruito in gran parte dall'imperatore Pachacutec e il padre Manco Capac. L'idea era che tale fortezza-templio sulla collina raffigurasse la testa del puma, mentre il resto della città, vista dall'alto, doveva esserne il corpo. La stessa forma seghettata delle mura di Sacsaywaman dovrebbero rappresentare i denti del puma. Nel 1536 fu campo di battaglia tra l'esercito Inca dell'imperatore Manco, che aveva posto la città sotto assedio, e gli spagnoli, che tenevano controllo di Cusco e si erano dati al contrattacco proprio in questo luogo. Le mura sono costruite con le classiche pietre poligonali che solo gli inca sapevano fare: massi giganti (alti tranquillamente 2 o 3 Martine), e con pesi che possono superare le 120 tonnellate. Senza malta e senza cemento: il tutto incastrato con tale precisione che tra due sassi adiacenti non si riesca a fare passare un foglio di carta. Insomma, proprio esperti questi schiavi inca! Ci sapevano fare!
Abbiamo dormito bene in albergo, nonostante Puno di notte sia ben fredda. Ci svegliamo abbastanza presto per poter fare colazione (feat. un pepino che avevamo comprato al mercato di Arequipa ieri. Verdetto: un melone un po' più insipido, 6/10) e poi partire per il nostro giro sul lago. Essendo una visita a sfondo perlopiù umano, a vedere un paio di popoli che vivono sul lago, ovviamente era in gran parte un occasione per venderti souvenir, fare balli e canti e chiederti in cambio mance. I primi che abbiamo visitato sono gli Uros, un popolo tradizionalmente di pescatori che vive sulle famose isole galleggianti, e parlano la lingua Aymara. Le isole vengono costruite con blocchi di radici di giunco (chiamato totora) ancorati al fondo lacustre, poi coperti da altri fusti di totora. Un isola costruita in questo modo, con debite aggiunte e manutenzioni, può durare fino a 30 anni. Il villaggio degli uros conta circa 190 isolotti, di solito grandi abbastanza per una famiglia o poco più, e si trova nella parte più bassa del lago, appunto dove la totora cresce a macchia d'olio, e dove abbiamo visto innumerevoli uccelli acquatici, alcuni simili ai nostri, altri del tutto diversi, come i Titicaca grebe, autoctono del lago, che ha perso l'abilità di volare quindi "corre" sull'acqua per muoversi. Più a largo sorge invece una isola vera, di pietre e terra, che si chiama Taquile, e dove abitano 8 comunità che parlano Quechua. L'isola offre scorci meravigliosi sul lago e la Cordigliera Real sulle sponde boliviane. Il popolo Taquile è noto per le sue arti tessili, patrimonio immateriale UNESCO dal 2005. Dopo pranzo sull'isola, siamo tornati a riva e abbiamo riempito le nostre ultime ore a Puno visitando il centro, dove ci siamo imbattuti in una sfilata in costume di una scolaresca: ogni classe era travestita secondo un tema (toy story, Harry potter, zombie...) e per qualche ragione la parata era aperta da un uomo vestito da gorilla. Ovviamente con tanto di banda per accompagnare i ragazzi. Per cena abbiamo provato la nostra prima pizza peruviana, e ora ci siamo appena imbarcati sul bus notturno, direzione Cusco.
Giornata di trasferimento. Per una volta tanto stamattina abbiamo potuto prendercela con calma, svegliarci senza sveglia, e fare colazione senza fretta. Ovviamente solo l'ultimo giorno scopriamo com'era la terrazza della colazione del nostro albergo, con vista sopra i tetti di Arequipa, e da cui si vedevano i 3 vulcani: Chachani, Misti e Pichu Pichu. Dopo colazione ci siamo esercitati nello sport olimpico di riempimento valigia, per poi sfruttare le nostre ultime ore per girare ancora un po' Arequipa. Abbiamo assaggiato il queso helado, preso da portar via sia il pranzo che la cena, e comprato un paio di frutti esotico da assaggiare, per poi dirigerci verso la stazione dei bus, dove ci attendevano quasi 7 ore di pullman per arrivare a Puno. Anche oggi (come ieri per andare al Colca) abbiamo attraversato la riserva naturale di 'Salinas e Aguada Blanca', superando i 4500m, e avvistando vigogne a più non posso, lama, alpaca e fenicotteri, oltre a tanti altri uccelli che non sappiamo riconoscere. Non ostante i sedili abbastanza comodi, le 7 ore di pullman si sono fatte sentire e siamo stanchi ed esauriti.
Oggi giornata quasi ottima, se non per qualche piccolo inceppo. Cominciamo presto, partendo per la nostra gita alle 3 di mattina. Esausti, si cerca di dormire in pullman, mentre siamo diretti a Chivay, nel Canyon del Colca. E qui arriva il grande problema: passare da Arequipa (2300m) a Chivay (3600m), svalicando a una altitudine massima di 4900m. Il riposo ieri ad Arequipa, l’idratazione compulsiva e la profilassi con acetazolamide non hanno potuto nulla contro 2600m D+ nel giro di un paio di ore. Tutto cioè per dire che Daniel è mezzo svenuto/stato male, e abbiamo dovuto sfruttare l’agua florida (una pozione misteriosa a base di alcool che si inspira e ti stura tutto il cervello) della nostra guida per svegliarlo. Giunti a Chivay, si fa breve colazione e poi si tira dritti verso il mirador del Condor (3800m). A questo punto Mina prosegue col resto del gruppo e la guida, in un percorso di camminata lungo il canyon. Daniel, un po’ spaventato dall’accaduto e non del tutto ripreso (in parte merito del mal d’auto), per non rischiarsela si è fatto lasciare dall’autista direttamente al belvedere, assieme alle 2/3 altre pippe del gruppo che non volevano camminare, ad aspettare l'arrivo del resto del gruppo. A quanto pare ieri aveva fatto bruttissimo tempo, e nessuno era riuscito ad avvistare nemmeno un uccello, ma per fortuna oggi il Mirador del Condor si è proprio meritato il suo nome. In tutto abbiamo contato almeno 15 condor (dei veri giganti) che ci volavano avanti e indietro davanti agli occhi. Siamo stati veramente fortunati. Terminato il tempo coi condor, ci siamo fermati a vedere un altro po’ di canyon nei pressi di Maca, dove abbiamo assaggiato il ‘sunki’, il frutto dei cactus locali, che ricorda un kiwi più acido. Poi, vicino a Yanque, abbiamo provato a fare il bagno nelle terme: su 4 vasche che abbiamo tentato, 3 erano troppo ustionanti per noi (la temperatura alla fonte è di 74C). Rifugiati nel l’ultima pozza non ustionante, abbiamo conosciuto due vecchi signori peruviani, che sono bloccati ad Arequipa da 4 giorni a causa della strada franata e hanno deciso di riposarsi alle terme. Stretto così tanta amicizia, che al momento di salutarsi ci sono tanto di baci e abbracci. Dopo pranzo (al buffet Daniel ha battuto la sfida delle 3+ patate) si ritorna ad Arequipa, con tappe al passo mirador delle ande (faceva un freddo becco), e per vedere degli alpaca per strada e i 3 vulcani di Arequipa: Chachani, Misti e Picchu Picchu. Altri avvistamenti degni di nota: tante vigogne e fenicotteri.
Oggi giornata tranquilla sulla carta, ma di fatto resa pesante dalla scorsa notte di continuo viaggio. Eravamo in aeroporto a Lima dall' 1.30, e arrivati ad Arequipa alle 6 (con breve pennichella in volo) uberiamo fino all'ostello a mollare i bagagli. In mattinata presto passeggiando per la piazza centrale notiamo preparativi per un evento solenne: l'issaggio delle bandiere del Perù e la città di Arequipa. Erano presenti file di funzionari e autorità locali, oltre a una intera parata sia militare che civile: tanto di banda, esercito, scolaresche, una dozzina di centri per la terza età (questa settimana si festeggia la festa di 'los adultos mayores'), pompieri, infermiere... (magari anche altri gruppi che non abbiamo visto: dopo quasi un ora di parata ce ne siamo andati, ma i festeggiamenti sono proseguiti in nostra assenza). Il resto della giornata all'insegna di girare i vicoletti della città, in gran parte bianchi e costruiti con pietra bianca vulcanica chiamata 'sillar'. Attrazione principale della giornata: il monastero di santa Caterina, una piccola città nella città. Piazze, chiostri e vicoli tutti colorati di rosso e azzurro (qualcuno lo definirebbe viola), con Dora che faceva da Cicerone. Peccato per la giornata grigia
Insomma, giornata tragicomica. Per farla breve, siamo stati un po' scammati, e a nostra modesta opinione, l'oasi di Huacachina è un po' una trappola per turisti. Divertente il buggy e lo sci sulla sabbia, che ora avremo nelle orecchie fino al ritorno in Italia. Il falò e i drink in mezzo al deserto al tramonto ci sono stati solo di nome. Dulcis in fundo: sulla via del ritorno ci il nostro driver si è piantato con il buggy in una fossa di sabbia, e siamo rimasti al buio nel deserto per quasi un ora e mezza, in cui non sapevamo se qualcuno ci sarebbe venuto a prendere e riportare in civiltà. In compenso uno dei tramonti piú belli di sempre e un cielo stellato da ricordare. Tutto è bene quel che finisce bene, e ora siamo sani e salvi in aeroporto a Lima direzione Arequipa.
Hola chicos! Oggi giorno muy guapo! Giornata comincia con tempo un po' grigio, quasi freddo in barca, ma ciò non ha impedito di vedere animali a più non posso: pinguini, leoni marini, avvoltoi, booby, terne, cormorani, quei dinosauri che ogni tanto chiamiamo pellicani.... Che dire, Ballestas super promosse! Nel pomeriggio il cielo si apre, e la giornata continua con un motorino arancione fluo (col tachimetro e contachilometri rotti) che ci porta fino alla riserva naturale. Per non parlare dei caschi trovati come premi nei sacchetti delle patatine! Spiagge, scogli e deserto mozzafiato, e anche qui eravamo in compagnia di uccelli di ogni tipo. In serata chiudiamo con aperitivo seguito da pesce alla griglia.
Volo Lima tutto ok, bell’aeroporto anche se niente timbro :( Abbiamo fatto amicizia con Joseph l’uberista che si è destreggiato nel traffico delirante di Lima in maniera eccellente (anche se per metà del tempo non guardava la strada). Imprevisto #1 della vacanza: una frana ha bloccato la strada di una delle prossime tappe (mannaggia a te El niño!!) quindi siamo corsi ai rimedi (purtroppo dovendo acquistate un altro volo aereo da Lima) ma alla fine siamo riusciti a sistemare tutto. Ottima cena a Paracas a base di arroz de marisco: il paese è piccolo e ci sono tanti perriti selvatici, avvoltoi dal becco rosso e venditori di qualsiasi cosa. Ora finalmente lavati andiamo a nanna.
Buenos dias! Viaggio poco eccitante. Lungo, ma tutto puntuale. Nessuna multa per bagagli. Da notare la differenza tra Mina prima e dopo 12 ore di volo. Aeroporto di San Paolo bello, grande, con tanti negozi aperti anche a tarda notte. 8 ore di layover rimangono poco simpatiche. A sorpresa, il malus "piantino disperato" se lo aggiudica Daniel ( anche se ci tiene a specificare che non ha pianto) perché era estremamente innervosito dall'assenza di banda del wifi di GRU, e dall’impossibilitá di connetterci al mondo. Secondo volo per Lima interminabile ed estremamente caldo. Ora proseguiamo verso Paracas!